PD Pavia

Partito Democratico della provincia di Pavia

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li-mario-monti-rtr2u0l7In questi giorni si è aperto il dibattito su cosa sarà del nostro Paese dopo l’esperienza Monti, su cosa sarà della politica dopo questa parentesi lunga più di un anno. E su come si tornerà alla “normalità”.

Ne ha parlato indirettamente lo stesso Monti all’inaugurazione dell’anno accademico di sabato alla Bocconi, annunciando “maliziosamente” il suo ritorno in università il prossimo anno. Dico maliziosamente perché il nostro professore (almeno è la mia impressione) da una parte disdegna coinvolgimenti futuri in politica e dall’altra, attraverso una sapiente regia di costruzione del consenso, sembrerebbe indicare il contrario.

Ne parla oggi Casini in un'intervista su Repubblica. Se lo chiedono molti osservatori ed editorialisti dai loro giornali.

Bersani ha cercato di dare una risposta, ieri da Gorizia: nel 2013 si voterà e il PD sarà in campo, se poi i “tecnici” (citando l’esempio di Ciampi) vorranno schierarsi, noi siamo aperti.

L'assioma di base che lega questo dibattito è che oggi saremmo in presenza di una sospensione dell'azione politica dei partiti, alla quale prima o poi si dovrebbe tornare.

L’esperienza Monti indubbiamente rappresenta una situazione per molti versi originale rispetto ai molti governi che si sono fin qui succeduti nella storia della nostra Repubblica. Originale ma non unica, altri esempi simili vi si possono trovare.

Tuttavia l’idea che l’esperienza Monti costituisca una parentesi di sospensione rispetto al panorama politico italiano, che abbia per tutti lo stesso significato e che veda tutti nelle stesse condizioni è francamente una teoria grossolana e dal vago sapore qualunquista. La maggior parte dei giornali accreditano questa ipotesi e lasciano intendere e vogliono far credere che il governo Monti venga “dopo” il governo dei partiti.

Io invece vorrei ribadire una verità semplice: cioè che il governo Monti viene dopo il governo Berlusconi, e questa affermazione serve per capire cosa è successo e come è successo.

Serve a capire, cioè, che il governo Monti nasce dalla consapevolezza e dalla disponibilità di quanti (e il PD è fra questi) hanno consentito che nascesse un’esperienza governativa che da una parte servisse a contrastare l’emergenza della crisi e dall’altra gestisse una fase di transizione. Una transizione che portasse il Paese fuori anche dall’esperienza populista dell’epoca Berlusconi.

Il PD insomma è esattamente dove voleva essere: è stato artefice di questo momento politico, si è reso disponibile ad assecondarlo ed ora con grande senso di responsabilità lo sostiene.

Dunque ecco il primo passaggio del mio ragionamento: si può ovviamente considerare che tutto ciò stia avvenendo durante una profonda crisi della politica e dei partiti, ma non si può né pensare né sostenere che tutto nasca senza la politica e senza il ruolo dei partiti.

Secondo passaggio: il PDL, al contrario, ha dovuto subire il governo Monti come soluzione alla fuoriuscita di Berlusconi. E fra il subire e il favorire c’è proprio una bella differenza.

Terzo passaggio: a quanti poi sostengono da sinistra che sarebbe stato meglio per la nostra parte di campo andare al voto, voglio ricordare che l’opzione voto non era fra le più probabili, fra le opzioni più probabili vi era quella di tenersi la triplice Berlusconi-Bossi-Tremonti. E oggi il paragone più efficace da fare rispetto all’esperienza di governo di Monti è chiedersi cosa sarebbe stato di noi a quest’ora, di questo giorno, di questo anno se a guidarci avessimo avuto ancora Berlusconi...

Per tutti questi motivi ritengo che la rappresentazione fatta della nostra situazione politica non sia corrispondente del tutto a quello che sta accadendo ed è accaduto.

Naturalmente siamo anche consapevoli che la transizione porterà con sé un cambiamento significativo del panorama politico e dell’attuale scenario istituzionale, e segnali in questo senso sono già evidenti. Si è lacerata in maniera non facilmente ricomponibile l’alleanza PDL-Lega, dentro il PDL ci sono segni di smottamento che si faranno via via più evidenti dopo l’esito delle prossime elezioni amministrative.

Il panorama politico è in grande movimento e questo rappresenta per il PD un ulteriore carico di responsabilità e ci chiama alla necessità di iniziativa politica. È chiaro.

A noi compete il compito di costituire una vera alternativa in previsione del 2013. Un’alternativa che tenga conto di alcune questioni.

La prima: la grave crisi economica non si concluderà a breve, e saranno quindi ancora necessarie politiche energiche sul fronte dei costi e della crescita.

La seconda: la sfiducia dei cittadini nei confronti della politica e delle istituzioni ha bisogno, per essere ricostruita, di vere riforme ed anche di un ampio spettro di forze politiche disposte a sostenerle.

La terza: parlare oggi di alleanze è certamente difficile rispetto ad un panorama in mutamento, e tuttavia il discrimine da subito potrebbe essere l’atteggiamento più o meno responsabile che le forze politiche hanno di fronte all’emergenza che stiamo vivendo.

Partirei da qui per indicare la strada che il PD deve compiere ed i confini entro i quali tracciarla.

 
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