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Zucchi: Italian Sounding, un business miliardario

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1328236_rice_fieldsDi questi tempi, gli argomenti più in vista – e più urgenti – riguardano tutti il risanamento dello Stato, i nostri risparmi, le tasse e i costi in aumento, i tagli alle spese, i sacrifici per raggiungere obiettivi comuni e necessari. Il Governo Monti sta lavorando in questa direzione e con lui, pur con sensibilità e modi diversi, tutte le forze politiche che lo sostengono, devo dire con senso di responsabilità. Ma ancora molto si dovrà fare. Alcune misure sono molto impopolari, lo sappiamo, alcune non le abbiamo nemmeno del tutto condivise, eppure questo Governo, pur fra mille difficoltà, sembra reggere. I cittadini in alcuni casi sono rassegnati, in altri forse sono più consapevoli dei problemi rispetto a chi li ha governati negli ultimi anni, di certo sembra abbiano  compreso che questa è la sola via per ricominciare a correre. E l'Italia potrà farlo, come ha detto Monti, se l'Europa intera sarà unita e coesa. Tutti dobbiamo fare la nostra parte.

In questi mesi, dunque, il grande protagonista è Monti. E con lui il suo Governo. Eppure il lavoro del Parlamento prosegue, magari non sotto i riflettori dei giornali che preferiscono occuparsi solo  delle polemiche. Il lavoro prosegue su argomenti strutturali, quelli che, al di là della crisi, riguardano la qualità della vita di un Paese e dei cittadini.

Per esempio, proprio oggi abbiamo presentato in Aula la relazione della «Commissione parlamentare di inchiesta sui fenomeni della contraffazione e della pirateria in campo commerciale», di cui io sono membro. Abbiamo lavorato quasi un anno, in cui abbiamo sentito molte voci autorevoli, studiato i dati economici, analizzato i fenomeni che riguardano l'Italia, ma che avvengono in tutto il mondo. La relazione presentata riguarda specificamente la contraffazione nel settore agroalimentare. Poiché in Aula sono stato io il relatore per il Partito Democratico, vi allego la traccia del mio intervento, perché contiene molti dati e molte notizie che forse non tutti conoscono. Dati che parlano di un fenomeno di dimensioni colossali, di truffe e di azioni al limite del legale, tutte a danno dei consumatori e dei produttori seri, nonché a danno dell'immagine dell'Italia stessa. Credo che sia interessante sapere queste cose, per essere più attenti e più consapevoli, quindi più liberi di scegliere che cosa portare sulla nostra tavola.

Se qualcuno fosse interessato a riceve la relazione completa della Commissione (è un testo di circa 130 pagine) mi scriva e sarà mia cura fargliela avere.

un caro saluto

Angelo Zucchi

Relazione commissione di inchiesta sulla CONTRAFFAZIONE NEL SETTORE AGROALIMENTARE

Intervento in Aula – On. Angelo Zucchi (Pd) – 15 gennaio 2012

Affrontiamo oggi il tema della contraffazione nel settore agroalimentare.

La commissione ha indubbiamente svolto un lavoro puntuale ed efficace, e consegna al parlamento indicazioni utili e preziose per futuri adeguamenti legislativi, e indicazioni altrettanto utili per azioni sempre più efficaci atte a contrastare il fenomeno della contraffazione.

La contraffazione nel comparto agroalimentare presenta,specifiche peculiarità non

riscontrabili in altri comparti dell’industria, date dal fatto che se, in generale, il fenomeno contraffattivo consiste nella copia illegale di un marchio industriale, nel caso dell’agroalimentare l’inganno al consumatore riguarda spesso invece l’origine geografica del prodotto o la sua composizione.

Per dare un’idea concreta del fenomeno basti pensare che, a livello di Unione europea, i sequestri di prodotti agroalimentari (contraffatti in dogana sono passati da 1,2 milioni di pezzi sequestrati nel 2006 a 2,7 del 2009, con un aumento del 128 per cento.

Oppure nel nostro Paese come viene riportato nella relazione, ad esempio, nell’ultimo triennio i reparti della Guardia di finanza hanno sottoposto a sequestro oltre 3.700 tonnellate di merci e quasi 6 milioni e mezzo di litri di prodotti alimentari contraffatti o comunque recanti un’etichettatura ingannevole sull’origine o sulla qualità del prodotto.

Alcuni recenti esempi possono aiutarci ad inquadrare il fenomeno della contraffazione in Italia.

Si va dal sequestro di olio avvenuto a Salerno( 100 mila litri) destinato parte al mercato interno e parte agli Stati Uniti d’America e al Canada, con una falsa etichettatura sull’origine e sulla qualità del prodotto (non si trattava, come indicato in etichetta, di olio extravergine di oliva e, soprattutto, il prodotto non era italiano bensì spagnolo).

Al caso di Taranto sequestrate oltre 24 tonnellate di formaggio proveniente da Amburgo con destinazione finale in Libia, riportante sull’etichetta la denominazione « mozzarella », con il tricolore italiano unitamente ad altri segni distintivi nazionali (scavi a Pompei), insomma servivano a ingannare il consumatore finale sull’effettiva origine del prodotto.

Ai numerosi illeciti riguardanti falsi marchi DOP

Sono stati interessati i settori delle carni, nonché dei pomodori pelati destinati all’estero come prodotti DOP San Marzano, in realtà prodotti in altre zone che nulla avevano a che fare con i disciplinari di origine protetta.

Così come molti casi sono stati riscontrati, di introduzione nel nostro mercato di pomodoro concentrato cinese non dichiarato in etichetta e nei relativi documenti di vendita, destinato ovviamente al nostro mercato magari con il nostro famoso Made in Italy.

Ancora sul versante del vino, è opportuno citare alcuni casi di vera e

propria contraffazione riferiti a vini di pregio .

una vasta falsificazione a danno di uno dei più pregiati vini italiani: l’Amarone

della Val Policella Docg. Il vino veniva abilmente contraffatto mediante l’utilizzo di un ingente numero di etichette mendaci, e poi inviato ad una nota ditta danese di intermediazione per essere venduto ad una grande catena di distribuzione della Danimarca.

Ancora fra le pratiche illecite : la deodorazione dell’olio.

La deodorazione è un’operazione di rettifica dell’olio d’oliva ( attraverso il riscaldamento dell’olio ad alta pressione) che consente di trasformare oli di oliva  di scarsa qualità, in oli di oliva senza difetti.

Sono in corso , e ne ha dato recentemente notizia anche la stampa, indagini approfondite che riguardano alcuni marchi italiani di olio extravergine di oliva per accertare eventuali reati di frode in commercio.

Solo alcuni esempi più recenti  in un panorama di illeciti sempre più crescente.

Illeciti che avvengono in un settore che giova ricordare rappresenta un pilastro nell’economia italiana.

L’Industria alimentare italiana infatti , è terza in Europa dopo quella di Germania e Francia.

È la seconda manifattura dopo il metalmeccanico: vanta un fatturato di 124 miliardi di euro

Acquista e trasforma oltre il 72 per cento del prodotto agricolo nazionale ed esporta per un valore pari a 21 miliardi di euro

Riveste un ruolo determinante in ambito comunitario contribuendo per il 13 per cento alla produzione agricola totale dell’Europa.

Rappresenta nel commercio mondiale una cifra superiore al 3.5%.

Per sua natura è caratterizzato da una complessa rete di attori che interagiscono fra loro travalicando i confini nazionali.

Gli ingredienti , le materie prime,  possono provenire dai più remoti angoli del pianeta per raggiungere i luoghi in cui saranno trasformati e pronti al commercio.

Esportazioni e importazioni temporanee, è stato ampiamente ricordato nella relazione riguardano notevoli quantità di merci e prodotti.

Merci e prodotti che seguono flussi molto complessi, con protagonisti non facilmente identificabili.

Gli ingredienti di un prodotto possono provenire dall’Italia ed essere commercializzati in Italia, possono essere importati ed essere commercializzati in Italia,  possono transitare dall’Italia in fase di trasformazione ed essere commercializzati all’estero, possono essere mescolati con altri prodotti.

E in tutti questi passaggi, l’ingrediente si confronta con legislazioni diverse, dove non è detto che (per dirla come dice la relazione) “un comportamento rispettoso delle regole o virtuoso tenuto in un luogo,  sia condizione sufficiente per attraversare le successive tappe del percorso alimentare”.

Un intreccio commerciale così complesso, un insieme di passaggi così articolato  rende sempre più attuale una decisione politica che l’Italia per la verità ha già assunto, ma non ancora applicato, per le note difficoltà che incontriamo in ambito europeo, cioè quella della comunicazione chiara e trasparente ai consumatori non solo dei prodotti presenti e quindi della qualità degli stessi nel cibo che finisce sulle loro tavole, ma anche la loro origine, come ulteriore elemento di trasparenza-

I casi che ho citato in premessa, indicano che la contraffazione nel settore agroalimentare avviene su due piani distinti.

IL primo dando false informazioni al consumatore sul contenuto del prodotto che acquista, siamo di fronte ad una vera e propria truffa, a falsa dichiarazione sia sulla provenienza ma anche sulla qualità del prodotto, con etichette false.

Da questo punto di vista le indicazioni contenute in relazione, pur riconoscendo che l’assetto normativo italiano sia uno dei più evoluti fra i paesi industrializzati, su alcuni provvedimenti da assumere per migliorare ed estendere anche ai prodotti a denominazione gli strumenti di repressione già previsti, vanno nella giusta direzione.

Ad esempio i crescenti e documentati interessi della criminalità organizzata al settore agroalimentare  necessitano di un’adeguamento legislativo, che allarghi la competenza della procura distrettuale antimafia e quindi il coordinamento della procura nazionale antimafia per la fattispecie di associazione a delinquere finalizzata alla realizzazione di condotte di contraffazione anche ai prodotti a denominazione geografica..

Così pure sarebbe opportuno estendere anche ai reati riguardanti la frode per i prodotti a denominazione geografica la pena accessoria che prevede la pubblicazione della sentenza.

Rappresenterebbe un’informativa utile ai cittadini consumatori sulle condotte illecite di determinati soggetti, soprattutto nel campo dei prodotti a denominazione che per le loro caratteristiche ingenerano particolare fiducia da parte dei consumatori.

Quindi aumentare se possibile norme di repressione.

Ma il dato più significativo ed anche più preoccupante riguarda il secondo piano sul quale avviene la contraffazione nel settore agroalimentare.

C'è un giro di affari che tocca i 60 miliardi di euro l'anno (164 milioni di euro al giorno), cioè una cifra 2,6 volte superiore rispetto all’attuale valore delle esportazioni italiane di prodotti agroalimentari (23,3 miliardi di euro nel 2009).

Questo giro di affari si chiama italian sounding, che è la forma più diffusa e subdola di imitazione del made in Italy nel settore.

Stiamo parlando di quel mondo che ha nei vari “Parmesan” (prodotto in tutto il mondo), nel “Pecorino Romano” (prodotto in Romania con latte vaccino), nei “Pompeian olive oil” (prodotto nel Maryland), nella “Fontina danese”, nel “Trieste italian toast espresso” californiano o nell'“Amaretto Venezia” fatto in Germania i suoi prodotti di punta... quel mondo che sfrutta il nome e l'immagine del made in Italy, in particolare quello agroalimentare, e ne fa un business parallelo, a danno chiaro dei consumatori oltre che dei produttori italiani, quelli veri.

Molti paradossi sono legati a questa forma di contraffazione, il primo fra tutti è che se – per ipotesi – un produttore italiano volesse mettere in commercio il proprio “Pecorino Romano”, fatto davvero in Italia con latte di pecora, per esempio in Romania, si troverebbe costretto a cambiare lui il nome al proprio prodotto, in quanto uno uguale (seppur non originale) esiste già in quello Stato.

Ma i danni sono soprattutto economici e di immagine per il nostro Paese: la bilancia commerciale dei prodotti agroalimentari italiani è in negativo da oltre dieci anni. Sono 3,9 i miliardi di euro con il segno meno, registrati nel 2009. Se solo recuperassimo il 6,5% del giro di affari  dell'italian sounding, arriveremmo al pareggio di bilancio nel settore, con tutti i vantaggi che ciò porterebbe all'intero sistema Paese. Ma la tendenza è di segno opposto: infatti negli ultimi 10 anni il fenomeno dell’italian sounding è aumentato del 180%.

Questo uso fraudolento del nome Italia nel mondo, questo depauperamento del patrimonio nazionale di prodotti e nomi, rappresenta il vero e più significativo problema politico sul quale ritengo ci si debba soffermare.

Sono necessarie risposte di politica economica che riguardano il nostro paese ma più in generale certamente l’Europa.

Credo infatti che la questione debba trovare adeguate risposte in ambito Europeo, laddove si definiscono le politiche commerciali dei paesi membri, laddove si costruiscono le ragioni di sviluppo dei singoli stati.

Siccome l’Italian sounding di fatto non costituisce un reato, viaggia in una sottile linea di confine fra il lecito e l’illecito, solo una scelta politica di difesa dei consumatori e di difesa dei produttori può garantire una adeguata risposta al problema.

Per questo il tema non può e non deve essere circoscritto solo all’Italia ma dovrebbe essere esteso almeno al panorama Europeo, anche se l’Italia in Europa è certamente il paese che ha per la sua cultura, la qualità dei suoi prodotti e la presenza forte delle sue tradizioni la maggior sensibilità.

Lo dimostra , il fatto che unico paese ci siamo dotati di una legge che prescrive l’obbligo di indicare in etichetta l’origine dei prodotti sia per il fresco che per il trasformato.

Quello dell’obbligo di indicazione dell’origine dei prodotto può essere uno straordinario strumento di deterrenza verso il fenomeno dell’Italian Sounding.

Sappiamo quali difficoltà la nostra legge stia incontrando in Europa anche se recentemente lo scenario sembra destinato a cambiare e si sono registrate significative aperture in ambito Europeo sul recepimento dei principi  da noi  espressi nella legge, ragione per cui dovremmo sicuramente intensificare la nostra azione in ambito europeo anche approfittando della partita che in Europa si è aperta sulla riforma della politica agricola comune.

Si aprono occasioni di negoziati dai quali non dobbiamo escludere la questione etichettatura.

Intanto però da subito noi in Italia potremmo dar corso a quei decreti attuativi necessari per applicare la legge sull’etichettatura, per individuare i prodotti e le relative filiere ai quali applicare l’obbligo di indicare l’origine e la provenienza della materia prima in etichetta.

Partiamo da qui, come primo segnale di rinnovato impegno al quale far seguire la sensibilizzazione della comunità Europea.

Sappiamo quindi che larga parte della contraffazione ha bisogno per essere contrastata di un intervento politico, un intervento volto a costituire un nuovo diritto internazionale sui marchi che riconosca anche la tutela dei prodotti a denominazione.

Sappiamo le difficoltà che si stanno riscontrando in ambito WTO, della situazione di stallo che i negoziati stanno avendo ormai da anni, eppure sappiamo anche che le risposte non possono che venire da lì.

Per questo riteniamo che l'Italia debba riscriversi un ruolo di iniziativa in ambito Europeo ad alto valore strategico e che altrettanto l’Europa debba fare in ambito del WTO.

Sono necessari accordi bilaterali, accordi multilaterali, è necessario accrescere la sensibilità mondiale sulla sicurezza alimentare.

E dunque, in Europa e soprattutto nel resto del mondo in cui siamo ancora meno tutelati, quella che si deve combattere è una battaglia culturale. Una battaglia che porti al centro della discussione – certo in armonia con il mercato, con il profitto, con la convenienza per le industrie – la libertà del consumatore di poter scegliere ciò che vuole mangiare.

Servono campagne informative e di sensibilizzazione, serve un'etichettatura ancora più specifica, che riguardi anche le materie prime e tutta la filiera, e serve la creazione di un accordo vincolante sul commercio internazionale all’interno del Wto e l’estensione a tutti i prodotti dell’obbligo di indicare in etichetta l’origine dei componenti alimentari.

Ma soprattutto, poiché non siamo così sprovveduti, sappiamo che questa battaglia si vince solo se tutti i protagonisti della partita si rendono responsabili del miglioramento della situazione: serve quindi un codice deontologico per le imprese produttrici. Non potremo mai vietare ad un prodotto americano di chiamarsi, per esempio “Italianissimo”, ma potremo chiedere a chi lo produce di evidenziare al massimo l'origine americana del prodotto e delle materie prime che lo compongono. Questo sì. Deontologia delle imprese a favore della libertà dei consumatori.

Questa battaglia, riguarda la libertà e quindi un concetto di civiltà che, insieme con i nostri prodotti alimentari, vogliamo esportare come cultura “made in Italy”. Esportare buoni prodotti e buone pratiche. Esportare qualità e condividere civiltà e libertà.

Mi permetto di usare termini così impegnativi, come libertà, cultura, civiltà, parlando di prodotti agroalimentari, perché il discorso della tutela del “made in Italy” è un discorso di rispetto per chi lavora e produce e per chi consuma. Noi abbiamo l'obbligo di informare i consumatori e renderli liberi di scegliere ciò che vogliono comprare e mangiare. Credo che non sia questione da poco.

Ed è per questo, che chiediamo al Ministro dell’Agricoltura di farsi garante di questa battaglia presso l'Unione Europea. Di portare all'attenzione dell'Europa la necessità di creare regole certe e chiare, all'interno delle quali il mercato abbia la sua sacrosanta libertà di azione.

Regole, però, che tutelino la correttezza dei prodotti messi in commercio, a garanzia dei produttori stessi e dei consumatori.

Regole che prima devono essere adottate in Europa e condivise e rispettate e poi, dall'Europa dovranno essere esportate in tutto i mondo.

Questo, signor Ministro, le chiediamo: di essere bandiera di questa battaglia in Europa e dall'Europa verso il mondo intero.

Il mercato è globale e la contraffazione è globale. Se saranno globali anche le regole di rispetto, questo odioso fenomeno potrà essere combattuto. Non c'è altra via.

Aggiungo a conclusione del mio intervento un richiamo per me necessario.

Oggi con l’approvazione di questa relazione, mettiamo a disposizione al dibattito di quanti vorranno occuparsene uno strumento di conoscenza importante e puntuale, uno strumento che potrà favorire non solo una discussione adeguata ma anche l’assunzione di decisioni e comportamenti di quanti nel settore vorranno declinarla per il futuro del nostro agroalimentare.

Per questo voglio anche ricordare un prossimo e ormai vicino appuntamento, fin qui forse eccessivamente sottovalutato, almeno per quello che riguarda i suoi contenuti, mi riferisco a EXPO 2015.

Il contenuto li proposto “ nutrire il pianeta”  calza con i temi della relazione, e della nostra discussione di oggi.

EXPO 2015 potrebbe essere anche da questo punto di vista una grande occasione per l’Italia,  perché potrà essere occasione e sede di discussione ma anche perché no,  di accordo fra Stati e Partecipanti su questi temi.

Accordo sulla sicurezza alimentare, sulla quantità ma anche sulla qualità, sulla sua salvaguardia, sulla sua continuità produttiva sulla sua continuità di commercializzazione, su come salvaguardare le identità contro la contraffazione.

Una straordinaria occasione che dovremmo non perdere.

Ancora una chiosa. Vorrei accennare ad un caso paradossale che ci riguarda da vicino. E con questo chiudo, ma credo che sia illuminante.

Nel 1990 nasce la Simest Spa, acronimo di Società italiana per le imprese miste all’estero. Essa offre consulenza per internazionalizzazione delle imprese fuori dalla UE. È un'impresa il cui capitale sociale è detenuto a maggioranza dal Governo italiano (76%), mentre la restante parte è partecipata da soggetti privati: banche, imprese, e associazioni imprenditoriali fra cui San Paolo Imi Spa, Unicredit Spa ed Eni Spa.

Ecco, il caso è questo, citato nella nostra relazione: «la Simest Spa risulta detentrice di una quota minoritaria della Roinvest Srl, società facente capo alla famiglia Pinna, quest’ultima proprietaria di un’importante azienda in Sardegna di prodotti tipici italiani, la Roinvest controlla, a sua volta, la Lactitalia Srl, società che in Romania, vicino a Timisoara, produce formaggi ottenuti con latte ungherese e romeno recante però marchi che richiamano il made in Italy grazie ad appellativi quali Dolce Vita, Toscanella, Pecorino ma anche prodotti come mascarpone, ricotta, mozzarella, caciotta».

La Simest recentemente ha chiesto che la parte che cita questa storia sia stralciata dalla relazione perché non gli sarebbero state riconosciute la replicadelle sue posizioni, la SSimestsostiene anche di non aver contravvenuto nessuna legge, ebbene lo sostengo anch’io, ed è esattamente la cosa che rende l’italian sounding più difficile da contrastare.

La Simest sostiene anche che nell’etichetta ci sarebbe scritto chiaramente che il latte viene prodotto in Romania, non ho motivi di dubitare, resta da vedere con quale chiarezza l’informazione è espressa nell’etichetta, e resta da capire come mai se tutto è dichiaratamente rumeno, il nome sia una chiara evocazione italiana. A cosa servirebbe? all’amore per la nostra patria? mistero, Presidente.

Devo aggiungere altro? Se ci troviamo con un'impresa italiana, a maggioranza pubblica, di proprietà del Ministero del Tesoro, che si rende protagonista di un caso di italian sounding, quanta strada

dobbiamo ancora fare per affrontare questo fenomeno e risolverlo?