Partito Democratico Federazione di Pavia

 

Zucchi: Cronache dall'aula. Sarà un colpo di assestamento?

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business_decisionSi era precipitato in aula dopo il voto finito 287 a 285. Quello sulla nota di aggiornamento del documento di Economia e Finanza. Quello che prevedeva la crescita del PIL dell’1.2% e che abbiamo dovuto ritoccare al ribasso allo 0.7% (tanto per ricordarci l’inadeguatezza dei provvedimenti di Tremonti sulla crescita).

Un esito troppo risicato, che induceva il centro destra a richiamare in aula, con il solito sms, tutti i ministri e sottosegretari in grado di raggiungere i banchi nel giro di pochi minuti.

E dunque anche Berlusconi, come l’ultimo dei sottosegretari e dei peones, si affrettava (chissà se è poi vero che esiste un tunnel che collega Montecitorio a Palazzo Chigi?) ed arrivava in aula puntuale per il voto, quello più importante, quello che perfino la Costituzione prevede si debba obbligatoriamente approvare.

Non so dirvi se, come oggi i giornali riportano, il nostro segretario d’aula Giacchetti, (provenienza radicale, esperto di regolamenti parlamentari ed abile esecutore di tattica diversiva) abbia veramente indotto tre di noi a restare fuori dall’aula durante quel primo voto, per tranquillizzare la maggioranza e illuderla che – anche se di pochi voti – se la sarebbero cavata: in questo modo i solleciti agli assenti sarebbero stati meno imperativi del necessario.

Fatto sta che è accaduto. Ed è accaduto con Berlusconi presente durante una delle sue rare comparsate in aula.

Cosa c’è di peggio, per un Presidente del Consiglio, che assistere alla propria capitolazione in diretta? Eppure dopo il voto negativo, Berlusconi non ha dato l’impressione di realizzare con prontezza l’esito dell’accaduto. È rimasto sorpreso con aria interrogativa a chiedersi cosa fosse stato bocciato. Il sottosegretario Giorgetti si è precipitato a fargli leggere il testo dell’art. 1, quello bocciato, che recita: «Il rendiconto generale dell'amministrazione dello Stato… per l’esercizio 2010 sono approvati … etc.», in sostanza è il consuntivo del bilancio dello Stato.

Ciononostante, come un pugile stordito, il premier è rimasto attonito seduto alla presidenza, mentre Franceschini e Donati (IDV) e poi Della Seta (FLI), intervenendo, chiedevano a gran voce le sue dimissioni.

Solo a questo punto Cicchitto si è avvicinato a Lui e gli ha suggerito di uscire, per evitare di essere bersaglio delle opposizioni. A quel punto Berlusconi si è alzato di scatto ed è uscito, guadagnando l’ufficio della Presidenza del Consiglio, accanto all’aula.

Al voto non c’era Tremonti, non c’era Bossi, non c’era Scilipoti, non c’era Scajola, non c’erano un’altra decina di parlamentari. I primi due si attardavano in Transatlantico a parlare con dei giornalisti; Scilipoti non era neanche a Roma e oggi in un’intervista, per accreditarsi più serietà di quanta ne abbia, dice e non dice, come se volesse far intendere che la sua assenza sia stata calcolata e dovuta al fatto che le sue proposte sul condono non sono state pienamente accettate... Un modo per darsi un’importanza politica che in realtà non possiede. Possiede invece, malauguratamente per noi, solo una importanza numerica: conta un numero e per questo viene considerato.

Scajola entra dopo un minuto, si siede al suo banco (non ha votato) attorno a lui si fa fitto un gruppetto di accoliti (quelli del documento che chiede a Berlusconi un passo indietro). L’aula si sta svuotando e quel gruppetto sempre più visibile ed evidente che confabula viene immediatamente descritto come “l’orto del Getsemani”.

A presiedere l’aula al momento del voto c’era Rosy Bindi, annuncia lei l’esito della votazione. Dopo l’annuncio arriva trafelato Fini, che ovviamente non vuole perdersi lo scampolo dell’evento, dà la parola ai Capigruppo che la chiedono e poi domanda al presidente della Commissione – il leghista Giorgetti – cosa intenda fare. Quest’ultimo chiede una sospensione di almeno un’ora e, col sorriso trattenuto sulle labbra Fini, concorda dicendo: «La sospensione è opportuna, del resto, visto l’esito del voto e le sue probabili ripercussioni politiche».

Questo il clima della giornata, questa la descrizione dell’accaduto.

Mentre scrivo, la Commissione per il regolamento è riunita per valutare il da farsi, seguirà la conferenza dei Capigruppo, i quali dovranno affrontare una situazione inedita che forse mai o poche volte è accaduta; si scomoderanno costituzionalisti, si cercherà certamente di capire come la pensa il Quirinale.

Il passaggio è estremamente delicato: si deve aprire una crisi di Governo dall’esito incerto o si potrà porre rimedio con qualche escamotage, dei quali peraltro il centrodestra ha sempre dato prova di essere esperto?

Resta la questione politica di fondo. Forse si è trattato di un incidente, forse qualcuno ha voluto dare una segnale al Presidente del Consiglio per indurlo ad un supplemento di riflessione rispetto a quello che fin qui ha fatto, o forse le due cose insieme.

Una cosa è certa: il fatto stesso che di fronte all’accaduto si ritengano verosimili agguati e incidenti, significa che la crisi ormai è profonda, significa che la situazione è in dissolvimento e che nessuno più è in grado di governare questo processo.

Episodi simili potrebbero accadere in qualunque momento e su qualunque provvedimento. Se avesse dignità istituzionale il Presidente ne prenderebbe atto e farebbe un passo indietro, ma come sappiamo non ne ha e probabilmente resisterà al suo posto fin quando potrà.

Fuori c’è un Paese sbigottito, che avverte e percepisce la politica ormai come inutile, come non più in grado di occuparsi dei suoi problemi.

Che il declino di Berlusconi rischiasse di trascinare tutti sul fondo lo avevamo già detto, ieri ne abbiamo avuto ancora una volta la conferma.

Un caro saluto

Angelo Zucchi