La situazione delle carceri in Italia è praticamente al collasso.
Si sono fin qui fatti molti annunci, dal piano carceri al ddl Alfano, per svuotare le carceri mandando agli arresti domiciliari detenuti rei di alcuni reati ai quali mancano 1 anno o 6 mesi alla scarcerazione. Ma sia il primo provvedimento che il secondo non stanno producendo risultati.
In carcere attualmente ci sono più di 60.000 detenuti a fronte di una capienza di circa 44.000.
Il ddl Alfano incontra il malumore della Lega, è fermo in Commissione e ancora non si sa quando arriverà in aula, soprattutto non si sa come potrà essere applicato, come verranno effettuati i controlli, posto che di risorse economiche e umane non si parla.
Il tema non è secondario per il nostro Paese, misura anzi il nostro grado di civiltà; per questo ho accettato una richiesta della CGIL e con una loro delegazione ho visitato il carcere di Torre del Gallo a Pavia, qui sotto riporto le mie impressioni.
Lunedì mattina a Torre del Gallo. In mezzo ai prati della Vigentina, tra il nuovo ipermercato e le cascine in lontananza, c'è la casa circondariale di Pavia. Che è diversa da una casa di reclusione, adibita per l'espiazione della pena. Qui, in linea teorica, dovrebbero essere detenute le persone in attesa di giudizio e quelle condannate a pene inferiori ai cinque anni, o a i quali mancano meno di cinque anni per finire la pena. Di fatto, nato per ospitare 150 persone, può contenerne anche 250 senza grandi disagi, ma oggi Torre del Gallo ne contiene 441. Ultimamente è stato aggiunto "il terzo letto" in alcune celle, una brandina che durante il giorno si infila sotto il letto a castello per lasciare spazio vitale nella cella.
Eppure, paradossalmente, il problema di Torre del Gallo non è il sovraffollamento, sebbene – come vi racconterò tra poco – visitando i bracci di detenzione e le celle, la sensazione è claustrofobica: il carcere è il carcere. Qui il problema, dicevo, non è il sovraffollamento di detenuti, ma la carenza di personale di custodia. Rispetto alle oltre 300 guardie che servirebbero, ce ne sono soltanto 160, di cui 120 o poco più lavorano a contatto con i detenuti. Ma basta un giorno qualunque come questo, in cui ci sono 14 o 15 udienze in tribunale a Pavia, per tenere occupate un bel numero di guardie nel trasporto e la scorta, in un continuo andirivieni. Se poi c'è qualcuno da portare lontano, magari in aereo, (si usa l’aereo per viaggi lunghi in sicurezza) ci vanno come minimo 3 agenti di custodia, a volte quattro. E nel carcere, sempre meno personale a disposizione, straordinari che aumentano, difficoltà. Il rapporto tra detenuti e guardie sembra buono, ci si scambia una battuta, se si può si fa una cortesia, ma i servizi non possono sempre essere puntuali se il personale è poco.
Il lavoro come salvezza
Nei laboratori di falegnameria e carpenteria ci si può muovere più tranquilli e un portone si apre sul cortile, all'aria; in cucina si lavora e sembra di stare in una qualunque mensa. C'è anche un panificio interno che serve il carcere, ci lavorano a rotazione in sei o sette. Tutti vogliono lavorare, pur di uscire dalla cella, ma lavoro non ce n'è per tutti (va pagato regolarmente e con i contributi, non sempre facile, quando non sono nemmeno certe le generalità di alcuni). La sala con i computer, dove un'insegnante sta facendo esercitare nella scrittura un paio di ragazzi, è discretamente attrezzata (con computer dismessi dall’istituto Volta di Pavia). In certi ambienti sembra quasi di stare "fuori". Ma il rumore incessante di chiavistelli che girano nelle serrature di ferro, provocando un'eco metallica ossessiva, le sbarre alle finestre, le guardie che si aggirano nei corridoi e nelle sale, ti riportano continuamente alla realtà.
«Io ho preso due e otto. Sono qui da sei mesi, ma ho un altro procedimento in corso e so che arriveranno altri quattro anni, tre e mezzo forse. Comunque, fra i carceri che ho girato, questo è uno dei migliori». Sarà vero, ma mentre quest'uomo mi racconta succintamente la sua storia, mi guardo attorno nella sua cella: saranno quattro metri per due, letto a castello, crocifissi e santini sulle pareti, accanto a qualche modella nemmeno troppo discinta. La vernice verde chiaro si scrosta dai muri, in corrispondenza di vecchie fotografie appiccicate e ora tolte. Qualche pentolino appeso, un paio di fornelletti a gas: chi può, chi ha voglia, qui si prepara da mangiare da solo; ordina la spesa da un magazzino a disposizione interna, con un massimo di 130 euro alla settimana (di più non è consentito spendere a nessuno, telefonate e sigarette comprese), si può scegliere da un elenco di prodotti. Non solo cibi, anche saponette, schiuma da barba, insomma generi personali.
Tutti uguali e tutti diversi
Alla sezione "AS", Alta Sicurezza, vengono quasi tutti da reati di associazione criminale. «Quelli hanno i soldi», mi dicono, eppure anche loro subiscono il tetto di spesa, ma si capisce che un profumo e altri sfizi se li riescono a togliere lo stesso. In ogni caso, quando la lista compilata da un detenuto supera l’ammontare dei soldi in suo possesso, la guardia del magazzino depenna di sua iniziativa alcuni generi per farlo rientrare nel budget: «Comincio col lasciare le sigarette, magari gli tolgo lo zuccchero, tutti sanno stare senza zucchero, nessuno sa stare senza sigarette».
All'ora della distribuzione del pranzo, un detenuto passa nei corridoi e versa il cibo nel piatto. Dalle sbarre escono le braccia e i volti si affacciano, incuriositi dalla vista di un ospite, e in attesa della pasta al sugo con i capperi. Di secondo, polpette e piselli. Si mangia in cella, ovviamente. E per i mussulmani, il menu è variato secondo i dettami religiosi. Del resto in cucina i due cuochi sono marocchini o tunisini, così a prima vista.
A Torre del Gallo si parlano molte lingue oltre l'italiano: attualmente su 441 detenuti, 239 sono italiani, gli altri vengono dal Marocco (67), dall'Albania (36), dalla Romania (22), dall'Egitto (11) e da una trentina di altri Paesi, dal Borneo alla Germania, dal Pakistan all'Ecuador.
La convivenza tra le diverse etnie non sembra essere complicata più di tanto, ognuno fa gruppo a sé, mi dicono. Certo i momenti di tensione non mancano, nemmeno tra italiani ovviamente, ma queste cose non si possono verificare in una visita. Un ragazzo mi spiega che, stando dentro, l'obiettivo principale per loro è garantirsi una vita il più possibile tranquilla, le difficoltà di relazione sono tante, ma lo sconto della pena per buona condotta è il traguardo prioritario, (più o meno 45 giorni ogni 6 mesi). Anche il direttore del carcere mi conferma che lo sconto della pena è un ottimo argomento, facilita anche il loro lavoro perché rende la situazione in generale più tranquilla, non sempre ovviamente e non per tutti.
I drammi di ciascuno
«Faccia qualcosa per noi», mi chiedono alcuni detenuti impegnati in una lezione di geometria «qui non cambia mai niente». Uno mi chiede se può sperare in un allentamento del 4bis (saprò dopo dal direttore che si tratta di un livello di detenzione piuttosto rigido); chi me lo aveva chiesto è stato condannato a 14 anni di detenzione per spaccio.
Per capirci, un detenuto di reati comuni ha diritto a 4 ore d’aria al giorno e 6 ore di colloqui al mese, un detenuto AS dell’alta sicurezza a 2 ore d’aria e 4 ore di colloqui. Qui ti guardano sempre, quando incontri i parenti, quando telefoni… sempre.
Mi chiede ancora: «Sa, qui gli spazi per l’incontro con i familiari sono molti angusti, fatico a incontrare mia figlia di 3 anni, vorrei poter giocare con lei, ma lo spazio è quello che è. Per me la famiglia è tutto». Lo guardo. Non credo a una parola di quello che dice: ha l’aria del furbetto e il capo delle guardie mi conferma che è un mezzo leader della zona AS, giovane spigliato.
Qui hai l’impressione che le gerarchie contino davvero, ti salutano tutti con grande rispetto. Non te lo aspetti da persone che in libertà sicuramente hanno avuto altri riferimenti: quando mi presentano come deputato poi diventano quasi deferenti.
Il carcere è duro per tutti, e per qualcuno anche di più. Infatti sono 166 i casi di detenuti tossicodipendenti: per loro le cose sono ancora più difficili. Circa una ventina sono sotto metadone. Il dosaggio è stabilito dal sert e viene somministrato nell'ambulatorio, dove 24 ore al giorno c'è un medico con gli infermieri. Oltre a ciò, molti hanno disturbi psichici. E certo restare chiuso in cella con 6 ore di colloqui al mese e due o quattro ore di aria al giorno (in un cortile chiuso tra pareti alte di cemento armato grigio) non aiuta la terapia. Si fa quel che si può, dicono qui in infermeria, parlando con i detenuti, cercando di aiutarli anche nelle cose più semplici, come insegnare l'igiene personale, le buone abitudini sanitarie. Le patologie più diffuse sono quelle ai denti, ma anche le infezioni hanno alta incidenza, con il rischio di diffondersi rapidamente. E per chi ha problemi o disturbi davvero gravi, se non c'è il ricovero per circostanze specifiche, la vita in carcere è decisamente inadatta. Questo è un problema di enorme importanza, lo si può intuire facilmente. E per questo gli spazi angusti in cui si vive costituiscono un ulteriore ostacolo.
Il futuro non è roseo
Ma entro due anni, mi ha detto la direttrice dell'istituto, sarà pronta la nuova ala del carcere, 300 posti con livelli di comfort maggiori, con la doccia in cella e spazi più adeguati. Nel frattempo però, poiché il cantiere è sorto dove c'era il campetto da calcio, l'attività sportiva di gruppo è ferma. Un'altra valvola di sfogo che viene a mancare.
Non è certo il peggior carcere d'Italia, questo. Nemmeno però è un esempio d'avanguardia. I disagi per i detenuti vanno di pari passo con quelli degli agenti di polizia penitenziaria e della dirigenza: gli spazi inadeguati, gli orari di lavoro spesso troppo impegnativi, la mancanza cronica di fondi e l'incertezza, di anno in anno, del budget a disposizione. E non sarà certo la legge Alfano (quella che prevederebbe la scarcerazione per chi ha meno di sei mesi ancora da scontare) a risolvere la situazione. Anzi: la domanda ricorrente tra i direttori degli istituti riguarda il chi e il come ciò dovrebbe avvenire. Perché liberare un detenuto implica una serie di adempimenti, da svolgersi in sicurezza e con rigore, non semplici. Ci vuole l'identificazione in Questura, serve poi un riferimento esterno che possa tenere controllato il detenuto in questi sei mesi di libertà "anticipata", se si tratta di uno straniero irregolare, ci vuole l'accompagnamento alla frontiera. Sono solo alcune delle incombenze che non si sa a chi dovrebbero spettare. Tutte cose da discutere ancora, questo progetto di legge deve ancora passare dalla Commissione, dove chiederemo chiarimenti e modifiche. Ma intanto lo slogan è stato lanciato, come al solito. E molto spesso, i proclami hanno un'eco forte, ma che si ferma di fronte alle porte di ferro di un carcere.
All’uscita trovo i giornalisti locali, ma anche il Giorno e il Corriere della Sera consegno loro le mie impressioni; gli amici della CGIL fanno lo stesso.
On. Angelo Zucchi




