Partito Democratico Federazione di Pavia

 

Zucchi (PD): Le crepe dell'Aquila e di Berlusconi

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abruzzo2338_imgQuesto* era l'articolo della Provincia Pavese del 10 settembre 2009. Ho preso la Provincia perché è il nostro giornale locale, ma avrei potuto prendere il Corriere, il Giornale, Repubblica, La Stampa, citare il TG1, il TG5, le informazioni televisive in genere (ad eccezione – per la verità – di AnnoZero di Santoro, unica trasmissione che all'Aquila non smise di dedicare uno sguardo critico): in quelle settimane cruciali i giornali e i telegiornali di tutta Italia usavano toni trionfalistici e speranzosi, offuscati (oggi è certo più facile dirlo di allora) da una propaganda di Governo che ormai ha cosparso di melassa tutte le notizie che giungono a noi cittadini.
Il giorno dopo quelle notizie avevo scritto una newsletter piuttosto critica a riguardo ed avevo mandato una nota ai giornali che uscì di lì a poco, anche perché ero stato in visita personalmente all'Aquila e la situazione reale (tragica) mi aveva assai colpito.

 

Tutti noi abbiamo avuto una vecchia zia che era usa rimproverarci con un «Te lo avevo detto io!» solitamente fastidioso. Ecco, oggi permettetemi di fare la vecchia zia, perché – davvero – l'avevo detto. Non che sia un merito, per carità, di cui farsi vanto a questo punto, ma vorrei che servisse come riflessione sullo stato in cui viviamo dal punto di vista del circolo dell'informazione in Italia. E sulle conseguenze che ciò ha sulla pelle delle persone.
Dai toni trionfalistici (del tutto simili a quelli del regime, in cui lo spirito italico forte ed irriducibile vinceva sulle avversità o sul nemico) oggi si passa alla cruda realtà: migliaia di persone senza una casa, senza servizi igienici e soprattutto senza una risposta per il futuro.
Ieri le abbiamo viste in piazza, a Roma, e in tutti i telegiornali. Oggi sono sulle prime pagine dei quotidiani. Trattati, per di più, come manifestanti molesti: spinti da una via all'altra, sbarrati nell'accesso alle piazze dei Palazzi di governo, qualcuno addirittura è stato bastonato da una polizia inspiegabilmente troppo zelante. Urla, slogan di dolore, bastonate. E intanto, in Abruzzo le case (anzi, ricordate? le C.A.S.E.) non bastano e non lasciano il posto a ricostruzioni di nessun tipo.
Avevamo ragione ad essere scettici lo scorso settembre. E ieri il sindaco e i cinquemila abruzzesi in piazza hanno confermato il nostro scetticismo.
Chiedono il congelamento dei mutui oltre a quello delle tasse (che era stato loro accordato), e in più chiedono una serie di misure di sostegno all'occupazione e all'economia, il tutto all'interno di una legge certa che preveda procedure efficaci per la ricostruzione e finanziamenti sicuri, non solo sbandierati.

 

Ecco le parole del sindaco dell'Aquila Massimo Cialente: «Dal primo luglio abbiamo ripreso a pagare le tasse. Ma lo spettro più grande è un altro: dal primo gennaio ripagheremo 14 mensilità di tasse con il recupero di quelle non pagate, il che vuol dire che per ogni 1000 euro ci sono 200 euro di tasse aggiuntive. Le casse sono vuote, e dico della cassa per pagare l'emergenza come vice commissario. Per i 32 mila sfollati che ancora alloggiano negli alberghi, c'è una spesa fra i 15 e i 20 milioni al mese, che naturalmente non posso pagare. Questi sono i problemi che ho rappresentato al presidente del Senato Renato Schifani. Senza trascurare che la manovra finanziaria all'esame della Commissione Bilancio ha trascurato del tutto l'emergenza Abruzzo. All'Aquila è stata costruita una città temporanea: case temporanee, chiese temporanee, uffici e negozi temporanei. Dobbiamo pagare 350 milioni per l'emergenza ed è tutta da avviare la ricostruzione».
Ieri poi è arrivato l'annuncio di un emendamento alla manovra, che allunga a 10 anni i tempi per il recupero dei tributi non versati. Per il resto, nulla.
Avevamo ragione, avevamo toccato un nervo scoperto ed oggi lo vediamo tutti. Quando la polvere del terremoto si è posata, quando i fumi dei fuochi d'artificio berlusconiani si sono diradati, rimangono le macerie, i 30mila sfollati, le risorse inesistenti, le case fantasma.

 

Ma l'Aquila nell'Era Berlusconiana cosa ci insegna?
Cosa muove un leader come Berlusconi, che per mesi si è prodigato in visiste continue lungo le strade distrutte dell'Aquila per spargere rassicurazione e ottimismo, per coordinare i lavori, stringere mani e rassicurare, cosa spinge oggi lo stesso leader ad asserragliarsi dentro il suo palazzo difeso da squadre di poliziotti in tenuta antisommossa?
Cosa teme il Cavaliere? Teme forse la verità? E cioè aver deciso di rifare l'Aquila, la New Town nei quartieri periferici o limitrofi alla vecchia città? Aver deciso di sradicare la storia, le consuetudini e i cittadini dalla loro vita per mandarli in "lussuose" case, da brindisi con champagne, senza tuttavia dire loro che il viaggio sarebbe stato senza ritorno? Aver cercato di abbagliare tutti con scelte di grande impatto mediatico, come il G8 organizzato all'Aquila, anziché dedicarsi al gravoso lavoro quotidiano della ricostruzione?
In tutto ciò ritengo stia la lezione dell'Aquila: messaggi e propaganda scambiati al posto del duro lavoro quotidiano.
E affrontare un'emergenza dopo un terremoto, con una ricostruzione conseguente, è un lavoro che costringe all'impopolarità, al confronto duro con il conflitto sociale che inevitabilmente si scatena.
Costringe, come sempre è avvenuto, anche a scontrarsi con la disperazione di popolazioni che reclamano i propri diritti, che comprensibilmente non hanno pazienza, poiché hanno perso tutto.
Quando andai a l'Aquila, il Presidente della Regione Abruzzo mi disse che la fase post-terremoto si divide in tre momenti: l'euforia dei sopravvissuti che sono scampati al pericolo e che quindi si danno un gran da fare per ricominciare; la rassegnazione, quando vedi che i giorni passano ed il futuro ti sembra sempre più incerto, la rabbia sociale quando ormai con disperazione il futuro non lo intravedi nemmeno più.
Compito di chi guida un Paese non è distribuire pacche sulle spalle, bensì confrontarsi consapevolmente con questi tre inevitabili momenti.
Ma Berlusconi ignora tutto ciò: il suo mondo televisivo sovrapposto alla realtà non prevede la vita vera, né la vera sofferenza; prevede solo la fiction, finché dura naturalmente. E da ieri sembra non sia destinata a durare a lungo.


Angelo Zucchi

 

* I pavesi che costruiscono L'Aquila

di Donatella Zorzetto
PAVIA. Quindicimila persone a cui dare una casa entro Natale. E' un'impresa titanica, così la definisce Massimo Lardera, ingegnere che fa la spola tra Pavia e L'Aquila insieme a Gian Michele Calvi e ad altri 13 tecnici pavesi, per costruire le nuove palazzine dei terremotati. Un pool di professionisti che ha un obiettivo certo in testa: portare a termine il progetto che la Protezione civile, su direttiva del governo Berlusconi, ha promesso alla popolazione devastata dal terremmoto. Sono numeri che impressionano, come del resto i tempi ristrettissimi imposti per dare corpo al piano. «Gli appartamenti da realizzare sono 4.700 in 164 edifici situati intorno a L'Aquila, edifici speciali perché poggiano su piastre antisismiche - spiega Lardera -. Questo incarico è una sfida: in sei mesi dovremo alloggiare 15mila persone. Le prime 30 palazzine, in cui saranno ricavati 750 alloggi, le consegneremo a fine settembre: si trovano tra Bassano e Cese. Poi, con cadenza di 15 giorni, dovremo garantirne altre 30 per volta».