
La vittoria di Giuliano Pisapia alle primarie di coalizione di Milano non è poi un dato così inaspettato.
È stato il primo a candidarsi; Boeri ed Onida sono arrivati dopo ed entrambi si sono presentati come espressione della società civile ed assolutamente rappresentativi dell'elettorato di centrosinistra. Non vi è, dunque, da scandalizzarsi se il voto del PD si è orientato secondo le preferenze personali e non si è, al 100%, adeguato all'indicazione poi pervenuta dalla Direzione Provinciale su Boeri. Forse questo è stato l'errore. Il voler imporre la "regia" quando parte del copione era già stato scritto.
Se Giuliano Pisapia sarà anche il candidato migliore per competere con Letizia Moratti, saranno le elezioni vere, quelle di primavera, a dirlo.
Una riflessione sul significato delle primarie in generale e su quelle di coalizione, in particolare, va fatta in modo non improvvisato.
Verosimilmente bisognerebbe discuterne in una Direzione Regionale convocata ad hoc.
Il rischio è che le primarie, perdendo il loro significato originario, diventino, o una resa dei conti interni, oppure una perdita di identità del PD in una coalizione dai confini e dai contenuti non chiaramente determinati. Già, ma quale identità per il PD?
Il rischio è che il PD venga considerato sempre più espressione di una parte della società, soprattutto di quella sinistra, che poi giustamente ha votato Pisapia.
Il problema non è dividersi fra chi difende "la ditta" come dice Bersani e chi non la difende. Il problema è come la si difende.
Facendo finta di nulla?
Chiudendosi sempre più in difesa di un fortino sempre più assediato dal centro e dalla sinistra e sempre più piccolo? E' innegabile che rimanendo fermi perderemo consenso su entrambi i fronti.
La ragione stessa per cui si è fondato il PD,quello sforzo, quel grande sogno di fare una cultura nuova che partisse dal cattolicesimo democratico e dal riformismo socialista si è improvvisamente infranto? Siamo ritornati al socialismo più o meno riformista? Si sta irrimediabilmente perdendo quello che si era incominciato fare.
Bisogna allora ripartire all'attacco,riconfigurare la politica del PD e di conseguenza aprire la stagione di una gestione, non solo condivisa, ma veramente collegiale.
Occorre non solo prendere atto, magari con un po' di mal di pancia, di decisioni prese da un vertice, ma di condividerle nel loro processo di formazione in modo davvero collegiale.
C'è differenza.
I congressi sono lontani, maggioranze e minoranze si sono composte.
Riprendiamo tutti insieme l'orgoglio di un grande progetto di speranza per il paese ripartendo tutti insieme, non solo a livello Regionale, ma, se fossi Bersani, anche a livello Nazionale.
Vogliamo davvero rifare la gioiosa macchina da guerra del 1994 con Vendola e Di Pietro? Oppure abbiamo l'ambizione di giocare un progetto più ampio che parla anche ai moderati di questo Paese rimasti sempre più orfani di riferimenti politici? Discutiamone davvero, in fretta e fino in fondo.
La politica di questo paese sta cambiando.
Non vorrei che gli unici a non accorgersene fossimo noi.
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