
Era iniziata con la tensione che pervade queste giornate ritenute decisive.
Pieni i banchi, piene le tribune, piena la tribuna di giornalisti con decine di macchine fotografiche puntate ad immortalare le scene più gustose, il voto dei deputati più chiacchierati, eventuali risse, scatti curiosi.
Incontro Tabacci e mi dice: «Siamo sopra di tre, nella notte i finiani si sono ricompattati, Guzzanti si asterrà come pure Grassani. Lo sfiduciamo e poi ci pensiamo noi vecchi democristiani a fargli fare un po' di giri di giostra. Napolitano lo reincarichi pure che poi ci pensiamo noi... non sa cosa vuol dire per lui mettersi nelle mani di noi vecchi DC».
Lo ascolto, forse mi piace anche pensare abbia ragione e sia ben informato, in fondo in Aula è l'esponente più in vista dell'API (il gruppo di Rutelli): se non è informato lui, mi dico, chi altro?
Incontro Castagnetti che con mestizia mi dice: «Non ce l'abbiamo fatta, siamo sotto».
Non so a chi dar ragione, ma non ho neanche il tempo di rifletterci perché inizia la seduta.
Passano pochi minuti, iniziano le dichiarazioni di voto: niente di imprevisto fino all'intervento di Bocchino, durissimo, provocatorio, da uno che si brucia tutti i ponti alle spalle. Mi dico: cavoli! Questa durezza se la può permettere solo se ha già convinto i suoi tre esponenti incerti (Moffa, Siliquini, Polidori) oppure non se la può permettere e tenta il tutto per tutto. Oppure ancora se la permette perché considera i tre per persi e rinuncia a qualsiasi forma di tattica.
Sarà giusta la terza ipotesi.
Ascolto Menia (picchiatore fascista di Trieste, che in gioventù chiamavano – tanto per intenderci – Roberto Mena, per le sue attitudini non esattamente oratorie), fa un intervento tutto teso a rivendicare la sua dignità calpestata per essere stato chiamato traditore del centrodestra, lui che geneticamente è anticomunista, dice.
Poi intervengono Casini, Bersani e, appunto, Bocchino.
Bersani è davvero bravo, convincente, "in partita" si direbbe.
Chiude Cicchitto, disgustoso per tono e contenuti, e non vi dico altro.
Dovrebbe in fondo intervenire anche Grassani a titolo personale che rinuncia, non ha niente da dire, o meglio, teme che quel che direbbe susciterebbe molti malumori. Ergo, sta zitto. Più tardi, passando sotto lo scranno della Presidenza per votare, pronuncerà il sorprendente (per le informazioni che mi aveva dato Tabacci) NO alla sfiducia, conquistandosi le ovazioni di Pidiellini e Leghisti.
Ma l'intervento mitico lo fa il nostro Scilipoti (dipietrista).
L'eroe Scilipoti.
Pensate che tutte le volte che parlava nelle sedute comuni, il leghisti in coro gridavano «Alzati in piedi!», per via della sua non esaltante altezza. Ecco, d'ora in avanti temo non sarà più così.
Il nostro Scilipoti in un minuto dice la seguente cosa: «Ci apprestiamo a dare un voto in una giornata storica per l'Italia, il mio sarà un voto rivoluzionario che solo la storia comprenderà, fatto per il bene del Paese».
Chiude così e nessuno capisce come voterà.
Perché ovviamente ciascun voto, a seconda delle proprie opinioni, può essere considerato rivoluzionario ed effettuato per il bene del Paese.
Scoprirò più tardi che il suo "bene del Paese" non corrisponde al mio e che la sua rivoluzione è piuttosto involutiva.
Farà così anche Calearo, il mitico imprenditore veneto delegato dalla Confindustria a trattare per il rinnovo del contratto con la Fiom. Diceva, in quel frangente, cose da rabbrividire; lo candidammo noi, per la precisione lo candidò Veltroni e gli fece fare pure il capolista in Veneto. Ci tradì qualche mese fa, forse lo vedremo ministro nelle prossime settimane, nel (ritengo breve) Governo Berlusconi rimpastato. E farà così anche Cesario. I tre di responsabilità nazionale, come si definiscono loro. (Cesario l'ho incontrato stamattina presto in edicola, non sono solito ad essere maleducato, ma non l'ho salutato: mi è sembrata in questo momento la cosa giusta da fare).
Poi inizia la chiama. Tutti a sfilare di fronte allo scranno presidenziale a pronunciare il Sì o il No alla sfiducia.
Gli occhi sono puntati sugli incerti, sui chiacchierati.
Sfilano tutti, anche le tre colleghe incinte, che si meritano da parte nostra un caloroso applauso.
Applaudiamo anche un nostro collega eletto all'estero, ammalato seriamente, che pur di votare si è sopportato un volo dall'Australia e subito dopo il voto senza neanche attendere l'esito è ripartito. Bersani lo ha abbracciato nel ringraziarlo.
La politica è anche questa cosa qui, ma naturalmente non ho visto foto sui giornali di stamani, né citazioni al riguardo, se non sfuggevoli.
Finisce la prima chiama, l'esito è incerto, mancano ancora alcuni voti degli indecisi, di coloro che avevano stabilito di votare alla seconda chiama.
I tre, Scilipoti Calearo e Cesario, il finiano Moffa, la Polidori, l'IDV Razzi.
Moffa non voterà, i tre di Scilipoti voteranno NO alla sfiducia e lì, in quel momento, io sprofondo nella certezza della sconfitta.
Quando anche la Polidori passa e dichiara il suo NO, sugli scranni finiani e leghisti si scatena una rissa: vedo oggi dalle foto sui giornali che sono due miei colleghi in Commissione Agricoltura i coinvolti. Non mi sorprendo per il passato di uno dei due, né per il presente dell'altro.
È finita. Fini dichiara l'esito del voto, dai banchi della maggioranza estraggono i tricolori e intonano l'inno nazionale.
Il loro Governo non è stato sfiduciato e questo è sufficiente; ma mi sembrano tacchini che festeggiano il Natale, perché politicamente il Governo che oggi è sopravvissuto è destinato a morire fra breve, a meno di imprevedibili colpi di scena.
Mando giù amaro, avevo proprio creduto nella sfiducia. Del resto partivano da +100 e oggi sono a +3, la si può vedere anche così.
Alla buvette incontro D'Alema, devo avere dipinta in volto la delusione perché inaspettatamente mi dice: «Non abbattiamoci, abbiamo fatto un passo avanti. Come dice un vecchio detto: "L'ascia è piantata alla radice e l'albero cadrà"». Mi ha offerto un caffè, io che solitamente bevo il ginseng non ho saputo mentirgli sul mio gusto e ho assaporato il caffè offerto. È finita così la giornata che Scilipoti ha definito storica.




