Chi vuole essere informato sul “bunga-bunga” e sulle chiacchierate telefoniche di donne e cortigiani del presidente del consiglio, ha a disposizione una decina di pagine ogni giorno su tutti i quotidiani.
Chi invece vuole ragionare un istante sul problema del lavoro – che per inciso è IL problema di questo inizio di decennio – si dovrà accontentare di questa newsletter...
Parlo del lavoro perché proprio la nostra provincia in questi mesi si sta confrontando con esiti pesanti sull’occupazione, con la crisi in atto. Molte piccolissime aziende di poco oltre i 15 dipendenti hanno chiuso, altre probabilmente chiuderanno.
Grandi aziende come la Genset, con centinaia di dipendenti, proprio in questi giorni stanno affrontando una incerta trattativa sul loro futuro. Centinaia di lavoratori il cui futuro è appeso fra una cassa integrazione in deroga o un contratto di solidarietà, per sostenere la prosecuzione della produzione: qualsiasi soluzione verrà scelta, determinerà pesanti riduzioni salariali. Questa è la crisi: la Genset è l’esempio più attuale ma molti altri se ne potrebbero fare.
In questa situazione drammatica e soprattutto in questo scenario provinciale, dobbiamo anche citare l’annosa questione dello zuccherificio di casei Gerola. Lavoratori che da anni vivono con grande dignità una tormentata vicenda, che avrebbe dovuto già concludersi con la riconversione produttiva dello zuccherificio in un impianto di produzione di biomasse.
Il numero dei lavoratori interessato non è elevato, ma l’operazione riguarda una ricchezza complessiva del territorio, qualche centinaia di agricoltori ed anche l’esempio virtuoso di un territorio che non sempre – anzi parlando della nostra provincia quasi mai – riesce a fare sistema.
Un sistema inceppato per una politica (o meglio per una lotta politica tutta dentro il centrodestra) che vede la Lega tenere in scacco la decisione non per questioni di merito, ma per vicende legate agli equilibri ed ai posizionamenti dentro la maggioranza che governa la provincia.
Abbiamo lavorato perché la situazione si sbloccasse, favorendo un processo che potrebbe portare al commissariamento, nel tentativo di superare ed aggirare le difficoltà pavesi.
Parliamo quindi di Giuseppe, Vittorio, Mario, Nicola, Angela, Paola, Susanna... nomi che potrebbero appartenere ai tanti lavoratori cassaintegrati o in procinto di perdere il lavoro nella nostra provincia, piuttosto che di Karima detta Ruby, Nicole, Nadia, Emilio, Lele, Silvio... impegnati in altre vicende.
Parliamo dunque del lavoro, perché è da lì che vediamo come il nostro Paese si stia realmente modificando. Perché nel rapporto lavoro-capitale passa il cambiamento del nuovo secolo.
La vicenda Marchionne, per intenderci, il referendum a Mirafiori e a Pomigliano prima. Si è molto detto e scritto, ma certo quello rappresenta un banco di prova per la sinistra non più eludibile.
Un banco di prova che meriterebbe una nostra approfondita elaborazione.
Già “elaborazione”. Parola ormai in disuso, che ha caratterizzato per molti anni l’attività di studio e quindi anche di politica dei partiti di riferimento della sinistra, il PCI sopra tutti.
Elaborazione per arrivare ad una nostra compiuta idea sul lavoro, ad una nostra proposta complessiva sulle nuove relazioni industriali, senza naturalmente invadere il campo sindacale, ma per rivendicare autonomia da qualunque posizione sindacale.
L’esperienza del referendum di Mirafiori, qualunque siano le nostre convinzioni, dimostra appunto che senza una nostra idea sul tavolo finiamo con il doverci acconciare al seguito di questo o quel sindacato. E siccome la nostra formazione è attraversata dalle differenze sindacali, siamo costretti ad una posizione che cerca un'improbabile rappresentanza di tutte le posizioni che si confrontano.
Siamo soddisfatti che abbia vinto il SI', perché abbiamo salvato gli investimenti a Torino (Fassino e Chiamparino), ma bisogna tener conto del NO, perché il risultato incerto ci dice che la situazione è complessa e quindi non si possono fare forzature (Bersani e altri).
Oppure (Veltroni e altri) in uno scatto in avanti nel percorso di modernizzazione si affrettano a dare ragione a Marchionne senza se e senza ma.
Un po' troppo anche per me.
Intanto l’operazione Marchionne per poter essere realizzata consuma uno strappo anche nei confronti di Confindustria. Diciamo che convince poco anche il fatto che interviene per ridurre i costi di produzione solo su quella parte di costo per fabbricare un'automobile che gli esperti dicono stare fra il 3.5 e il 7% del costo di un’automobile, trascurando di dirci come intenda intervenire sul restante 93%.
Sicuramente Marchionne ha le idee chiare sul piano industriale ma nessuno (tanto meno il Governo italiano) gli ha chiesto di spiegarcelo. Cosa non irrilevante, se chiedi sacrifici ai lavoratori, sapere in ragione di quali obiettivi li stai chiedendo...
E poi il cuore di questa storia: la democrazia in fabbrica appunto. Noi abbiamo presentato un disegno di legge al Senato (prima firma Ichino) su questo tema che, come è noto, è la vera questione da risolvere bloccata da almeno un decennio, che la Cgil sta in questi giorni cercando di riaprire.
Certo se in questa partita il Governo avesse voluto giocare un ruolo diverso da quello di puntare a dividere il sindacato, forse la vicenda avrebbe avuto un esito anche diverso, ma ciascuno esercita il ruolo che vuole. A noi spetta quello di avanzare una proposta il più in fretta possibile perché questioni così sono destinate a ripetersi con sempre maggior frequenza.
Il problema di questo mondo sbilanciato, a livello internazionale, è che ci sono modelli di sviluppo e di mercato differenti, modelli di lavoro e diritti differenti, a fronte di uno scambio di merci e una concorrenza che invece giocano sullo stesso tavolo. Ed è qui il pericolo per il futuro: io credo che non siamo noi che dobbiamo scivolare verso il modello cinese (anche se questo non può affatto voler dire difendere e conservare l’esistente), ma sono i cinesi che dovrebbero avvicinarsi al nostro modello. E Mirafiori comincia, pur in modo blando, a mettere in discussione anche questo.
On. Angelo Zucchi




