L'onda rivoluzionaria che sta scuotendo il Maghreb africano fino al medio-oriente non è un fatto di cronaca estera qualunque: fa parte di fenomeni in gran parte inaspettati e inusuali che stanno attraversando il mondo e che molto hanno a che fare anche con il nostro modo di vivere presente e futuro. E' un altro aspetto della globalizzazione, quel fenomeno socio-economico mondiale nato dopo il 1989 dallo scardinamento dei due blocchi storici di potere, ovest ed est, che si manifesta in modo spesso del tutto imprevedibile, a valle del quale ci starà un nuovo assetto mondiale.
Gli attentati dell'11 settembre, la crisi prima finanziaria e poi economica in corso, il mutamento del concetto di lavoro, la crescita sregolata delle economie orientali, il cambiamento radicale della comunicazione, la diffusione del social-network come strumento di relazione di massa ed ora le rivoluzioni contro i dittatori nord-africani sono solo alcuni degli aspetti più evidenti di questa enorme mutazione in atto. Mi chiedo a quando succederà qualcosa di simile in Cina, ad esempio. La novità può essere dietro l'angolo, può essere buona o cattiva, ma nessuno sembra in grado di prevederla.
Quello che sta succedendo sull'altra sponda del Mediterraneo merita la massima attenzione perché ci riguarda molto da vicino. In Egitto tutto sembra essere accaduto senza nemmeno che gli attentissimi servizi segreti israeliani potessero prevedere il grande movimento civico che sembra nato da una spinta genuina: il desiderio di libertà e di migliori condizioni di vita. Qui «la fratellanza musulmana», molto estremista e molto presente, sembra fino ad ora in panchina. Il potere è al momento in mano ad un esercito laico. Speriamo che si organizzino presto partiti democratici, che le elezioni si tengano davvero e che non vinca il radicalismo islamico. Altrimenti le prime elezioni libere saranno anche le ultime e ci saranno guai abbondanti per tutti, Israele «in primis». Ma temo che noi non potremo stare a guardare.
In Iran, dove da tempo di elezioni vere non se ne tengono, i giovani tentano la rivolta contro la «lucida» pazzia di un regime religioso violento e illiberale, ma gli «squilli» rivoluzionari durano poco ancora soffocati nel sangue e nel terrore. In Tunisia la cacciata del «tiranno» ha provocato movimenti che sono ancora in assestamento. Ultima e sorprendente è la Libia. Gheddafi sembrava inamovibile ma ormai è prossimo all'arresto. Non sappiamo molto di quello che veramente è successo, se le fosse comuni ci sono o no, quante siano le vittime e come si assesterà il paese. Quello che sappiamo è che dopo l'ultimo folle discorso segnato dalla disperazione e dalla rabbia violenta più che da una lucida consapevolezza della fine, Gheddafi ormai ha chiuso la sua corsa isolato dal mondo. Controlla qualche zona della Tripolitania ma ormai nel resto del paese c'è un altro governo e io sono ottimista: l'estremismo islamico che ha qualche forza in Cirenaica non sembra sfondare in una società che è ancora tribale, in cui non c'è un esercito degno di questo nome e tanto meno una società civile organizzata.
La buona notizia è che i nostri connazionali sono quasi tutti rientrati, la cattiva è che se la situazione non si stabilizza il prezzo del petrolio schizzerà ancora di più e questo avrà un impatto devastante sulla nostra già fragile economia domestica. In più si aggiunge il dramma dei profughi. Se arriveranno a decine di migliaia come potrebbe essere prevedibile nei prossimi mesi, ci saranno conseguenze anche nel medio-lungo perido sull'assetto sociale dell'Italia e dell'Europa. Già l'Europa. In queste situazioni mostra tutta la sua fragilità politica. Balbetta e parla in burocratese. Per fortuna Euromed, cioè i paesi che affacciano sul Mediterraneo si stanno muovendo.
Siamo contenti di questo imprevedibile presente ma ci preoccupiamo tutti di come finirà. Sarà la volta di una vera democrazia araba, laica e rispettosa delle diverse religioni, che guarda alla rinascita di quelle terre, oppure sarà la riscossa di un radicalismo islamico che saprà sostituirsi ai regimi autoritari approfittando di una debolissima e male organizzata società civile? Qui sta in parte anche il futuro del nostro benessere sia economico che sociale. E non parlo solo di prezzo del carburante o di pressione migratoria ma anche di un possibile conflitto fra civiltà. E' vero che molte cose accadono nostro malgrado, ma possiamo avere almeno una politica condivisa per governarne gli effetti?
DANIELE BOSONE SENATORE PD




