Ho partecipato a diverse iniziative in occasione di questa giornata in memoria dell’olocausto, compresa quella organizzata dall’ARCI Gay e da altre associazioni, che ha ottenuto il patrocinio di Unar, l’Ufficio nazionale che si occupa di politiche contro la discriminazione razziale.
Vorrei condividere con voi i contenuti che ho sottolineato in questa giornata speciale e terribile.
“E’ importante legare la memoria del genocidio nazista del popolo ebreo alla memoria di tutte le altre infinite forme di ostracismo e negazione, di disprezzo e di esclusione, di odio e di sterminio che hanno attraversato il nostro mondo, trovando spesso legittimazione nelle dittature del ‘900.
Altrettanto importante avere la consapevolezza che la nostra democrazia non sempre e necessariamente ne sia indenne.
Il sonno della ragione – in qualunque cultura e in qualunque civiltà – è sempre portatore di mostri, anche nelle nostre città, anche nelle nostre periferie, anche quando, per gioco, si prende in giro un nero o uno zoppo; anche, certo, sempre per gioco, si dà fuoco ad un barbone che dorme o si sprangano due ragazzi che si baciano.
Il lager, ma anche i manicomi del Reich, le prigioni della Gestapo, le strutture di “correzione” e di “normalizzazione”, gli ospedali volti all’eliminazione dei disabili sono altrettanti volti dell’ideologia della razza portata a sistema politico assoluto.
Questo sistema si nutre dei soldi della vecchia aristocrazia e dei nuovi poteri dell’industria pesante.
Ma si mantiene nel tempo grazie ai silenzi e all’ indifferenza, grazie all’ omertà di tutti quelli che, se non applaudivano i discorsi del dottor Gobbels, giravano comunque lo sguardo davanti ai vetri infranti delle sinagoghe nella notte dei cristalli del 1938, davanti alle file dei deportati nelle loro città, davanti ai vagoni piombati che, lungo le linee delle ferrovie civili, deportano donne, uomini e bambini.
E, in Italia, davanti a quanti partivano – e non avrebbero fatto ritorno – dal binario 21 della Stazione Centrale di Milano.
Nei campi di lavoro e di sterminio, muore il popolo ebreo.
Insieme agli ebrei, muoiono i triangoli rossi dei comunisti e degli oppositori al regime, muoiono gli zingari e i ribelli, muoiono omosessuali, testimoni di Geova e disabili, tutti finiscono giù nel gorgo e diventano fumo pesante che appesta l’aria attorno ai campi della morte.
Insieme alle donne ebree cui è stato strappato il nome e rasati i capelli, moriranno le donne lesbiche che portano il triangolo nero e, come i criminali comuni, vengono classificate come persone “asociali” nella esatta liturgia della morte tedesca.
Moriranno, anche se un censimento esatto ci sfugge, circa 600.000 gay, come racconta l’omossessuale alzaziano Pierre Seel, perché colpevoli di amare senza fini procreativi e, quindi, di sottrarre seme prezioso che potrebbe generare i figli del Volk, del popolo eletto.
E i gay che moriranno gassati, saranno forse i più fortunati perché eviteranno di essere sottoposti alle cure del medico pazzo Carl Vaernet che a Buchenvald fa iniettare dosi massicce di ormoni, così, tanto per provare a curare quella strana malattia che si chiama omosessualità.
Allora mi vengono in mente le parole di un giovane ribelle che, nel film della Cavani, “I cannibali davanti al volto demoniaco del potere grida di voler essere “animale, pazzo, anarchico, antisociale, ateo, delinquente, omossessuale “ – tutto pur di non farci complice d una ideologica, qualunque ideologia, che giudica e predica, che divide uomini e donne, normali e anormali, che non riconosce né il diritto civile né la libertà della coscienza, che uccide per mantenere sé stesso.
Pensateci a queste parole; pensate a difendere la vostra libertà, che è anche quella di tutti noi.
Non smettete mai di essere voi stessi, così come lo siete stasera, non smettete mai di inventare e di immaginare mondi migliori.
E non smettete mai di ricordare.
Se non altro per rispetto al canto dolente di Primo Levi, l’ingegnere e scrittore italiano, scampato ai campi , sfuggito alle marce della morte verso ovest, tornato da noi, per raccontare, e costringerci al duro esercizio della memoria.
Milena D'ImperioVicepresidente Provincia di Pavia





