Pubblichiamo la sintesi dell'intervento del vicepresidente della Provincia, Milena D'Imperio, nell'ambito di un dibattito sulla partecipazione delle donne organizzato all'interno del Festival dei Saperi.
“Da qualunque parte mi metta e qualunque sia il secolo della storia del mondo, vedo la donna in una situazione limite, insostenibile, la vedo ballare su un filo teso… ” – (Marguerite Duras, “La vita materiale”).
Questa situazione "insostenibile" fatta di giornate "pesanti come una giornata di guerra, peggio della giornata lavorativa di un uomo perché la donna deve inventarsi un orario conforme a quello degli altri, quello della famiglia e delle istituzioni esterne" definisce il nostro background di cultura e di sentimenti.
Questa storia porta con sé inquietudini e sogni, ombre e paure; ma apre le porte anche sulla generosità e sulla vitalità delle donne; sui loro talenti e le loro capacità, anche se spesso, nella storia, le donne hanno patito troppa timidezza e subito grandi freni per dispiegarne in pieno le incredibili potenzialità.
Questa storia, però, può essere la leva che ha fatto decidere alcune di noi e che, per il futuro, deve far decidere tante altre, di “invadere”, con le nostre facce e con la nostra capacità, il mondo del pubblico e della politica, delle istituzioni e dei partiti, per scriverla di persona la nostra “autobiografia”, per garantirci una rappresentanza politica e istituzionale e, riuscire, magari anche, a ridare credibilità e fondatezza a questa politica e queste istituzioni – troppo spesso logorate e compromesse.
Io ho compiuto una scelta precisa, che ha radici nella storia delle donne della mia famiglia, una nonna imprenditrice che ha allevato da sola sei figli, mentre il marito era lontano, emigrato in cerca di una incerta fortuna, e una mamma che la domenica, non avendo altri cui lasciarmi, mi portava con sé ad occupare la fabbrica dove lavorava: qui si è compiuto il mio primo approccio con le donne e la politica, e ho capito che le donne erano in prima fila a difendere il proprio posto di lavoro, ma anche la propria professionalità.
C’è una parola che amo moltissimo : “futuro” - quella cosa che non può crescere senza la consapevolezza delle proprie radici. Per questo, la foto della locandina, una bella faccia di donna che solleva un giornale che annuncia la vittoria della Repubblica, nel referendum del 2 giugno 1946, mi piace moltissimo.
In questo momento, tutte le donne italiane - comprendono che la vittoria della Repubblica è anche la “loro vittoria”.
Nei tempi duri della guerra e del dopoguerra la donna della foto aveva imparato che poteva anche fare “cose da uomini”, riuscendo anche bene e magari anche meglio di un uomo, tanto da volere anche un ruolo di responsabilità in un partito, in un sindacato, da ottenere un ruolo “per rappresentarsi e rappresentare” nelle istituzioni.
Quello che la donna della foto non poteva sapere è che lo slancio delle donne del dopoguerra si sarebbe arenato nelle secche di una politica declinata al maschile; che ogni piccola conquista sarebbe costata sforzi incredibili, e ore di sonno perdute, e che, a distanza di tanti anni, nel III millennio le donne italiane che “si rappresentano e rappresentano” nelle istituzioni e nei partiti sono ancora poche – troppo poche.
Questa povertà di rappresentanza è un ostacolo per il dispiegamento pieno della democrazia del Paese.
La povertà della rappresentanza spreca le risorse delle donne, ne disperde le capacità, ne frantuma le ragioni.
E al tempo stesso, toglie forza alla democrazia, che resta incompiuta, parziale, come un corpo cui sia stato sottratto un arto.
Per questo io credo molto al ruolo delle istituzioni quando prevedono progetti di conciliazione tra casa-maternità e lavoro; credo a percorsi come quelli del telelavoro, tutti da creare e valorizzare; credo alle quote rosa, anche se, come a tutte noi, non posso dire che mi piacciano.
Ma credo siano necessarie, una forzatura, forse, ma una forzatura che parla il linguaggio del futuro, del progresso, di una modernità europea dalla quale il nostro Paese non deve essere tagliato fuori.
E chiudo con un augurio e un abbraccio ad una donna coraggiosa : Bothaina Kamel, la prima donna candidata alla presidenza dell’Egitto.
È una donna di fede musulmana, schierata però esplicitamente su posizioni laiche; che crede al ruolo centrale delle donne - quelle che, dice Bothaina, a piazza Tahrir erano in prima fila a cantare “Sout al Horeya”, ( il suono della libertà ) che è diventata il simbolo della rivolta egiziana……
“Le nostre armi erano i nostri sogni ed il domani è chiaro di fronte a noi: è da tanto tempo che aspettiamo cercando il nostro posto senza trovarlo”.





