Mi è capitato, quest’estate, leggendo qua e là delle varie feste di partito, di interrogarmi sull’utilità di questi eventi. A maggior ragione ci ho ragionato (riflettuto) quando, pur in piccola parte, ho dato una mano all’organizzazione della Festa provinciale dei Giovani del PD. “Festa molesta”, come avrete letto su volantini, manifesti, eccetera. Una festa (Un evento) di partito (una rappresentanza politica) può essere un' occasione di campagna elettorale fuori stagione, a maggior gloria del partito organizzante. In questo caso è una cosa abbastanza noiosa. La faccenda si fa più interessante se, invece, queste occasioni vengono pensate come un tentativo di affrontare alcuni problemi della politica di oggi. Perché vedete, non è un bel momento per fare politica, tra i giovani forse ancora più che tra i grandi. Si sente distanza e sfiducia, si avverte che molti non pensano più alla politica (a essa) come a qualcosa di utile.
Il nome "Festa molesta", che i bacchettoni come me inizialmente non hanno capito, penso volesse proprio riferirsi alla voglia di occuparsi di questo malessere, naturalmente con qualche divagazione musical-conviviale in seconda serata. Uno dei nodi che la politica deve affrontare è, infatti, a mio parere, questo: in Italia viviamo in una spaventosa povertà del dibattito pubblico. Manca la percezione della complessità dei problemi, manca la voglia di capire, ragionare, confrontarsi e nel caso ammettere che si aveva torto. Così, la politica si riduce a un gioco di opposte tifoserie, ed è anche meno divertente di una partita di calcio. Ecco, questa è la situazione ideale per la destra berlusconiana: una parte politica che sul culto del leader, sulle sparate e le risse in televisione, sui cieli azzurri e sugli slogan a caratteri cubitali ha costruito le sue fortune. Una parte politica che chiede ai suoi sostenitori non un ragionato sostegno, perché chi ragiona prima o poi potrebbe dire “non sono d’accordo”, ma semplicemente un atto di fede nel Capo e nei suoi dipendenti/cortigiani. Il Paese ha qualche problema? Tranquilli, “ghe pensi mi”. Peccato che quel "ghe pensi mi" non sia affatto la soluzione per questo Paese, ma il problema. Questo ossessivo richiamo al rapporto tra il Capo e il Popolo che lo ha votato è pericolosissimo per la nostra vita pubblica: è il seme stesso del populismo. Ed è il manifesto di una parte politica che non vuole rapportarsi a cittadini attivi, ma a masse di votanti.
Se non invertiamo questa pericolosa dinamica, siamo avviati a trasformarci in una “democrazia d’investitura”, ridotta al momento elettorale. La democrazia vera, quella che dobbiamo difendere, vive invece di luoghi di discussione e confronto. Penso, allora, che questo invito a trascorrere alcune serate a parlare di istituzioni, temi etici, politiche regionali, agricoltura e altro ancora, possa essere considerato come un piccolo, ma valido, contributo di un gruppo di vostri coetanei al tentativo, essenziale, di moltiplicare questi luoghi. La vera sfida al berlusconismo, infatti, sta proprio qui: per fare in modo che quei cieli azzurri un domani non bastino più, dobbiamo cercare tutti insieme, dalla piccola festa provinciale alle massime sedi della rappresentanza politica, di ricostruire un vero dibattito sui grandi temi. Dobbiamo cercare di ritrovare la voglia di interrogarci, di smettere di essere solo dei tifosi, di dire la nostra, di partecipare in prima persona. Di partecipare, lo ripeto, perché come ha detto Michael Moore “La democrazia non è uno sport da spettatori. Se tutti stanno a guardare e nessuno partecipa, non funziona più”.
Giacomo Galazzo





