C’è un settore produttivo in Italia che contribuisce al Pil nazionale per il 9.5% (a fronte di un comparto automobilistico che ne vale l’8%) e che impiega due milioni e mezzo di lavoratori: numeri di tutto rispetto, raggiunti nonostante il turismo soffra di scarsissimo coordinamento. Perché in Italia il turismo subisce l’insipienza governativa ed è trattato come la Cenerentola della programmazione economica.
In Italia esistono ben dodicimila enti locali che si occupano di turismo ma nessuna strategia nazionale in materia; da molti anni non vengono predisposti né una programmazione generale di carattere nazionale, né un coordinamento nella promozione dell’Italia all’estero, compito che spetterebbe all’Enit, (Agenzia Nazionale del Turismo, presieduta da Matteo Marzotto) commissariata però fin dal novembre del 2008 dalla ministra Brambilla.
Quattro sono i fattori di debolezza del turismo in Italia evidenziati da un’analisi dell’Ocse, “Oecd Italy tourism policy review 2011”: statistiche, promozione, governance e infrastrutture.
i) Statistiche: Mancano secondo l’OCSE dati statistici omogenei che consentano un’analisi approfondita e la predisposizione di piani di sviluppo del settore.
ii) Promozione: Sono indispensabili maggiori sinergie tra stato e regioni che devono fare sistema non solo per promuovere ma anche per sviluppare l’offerta turistica e proporre politiche di sviluppo sulla base dei principi di sostenibilità e del turismo responsabile.
iii) Governance: Servono, secondo l’OCSE, una governance precisa e puntuale e regole che tutti i soggetti amministrativi s’impegnino a rispettare. Altrimenti l’azione autonoma di dodicimila enti turistici locali, operatori turistici, associazioni di categoria rischia di tradursi in inefficienza e spreco di risorse, quando va bene.
iv) Infrastrutture: Serve un piano strategico per le infrastrutture e i trasporti perché le lacune, soprattutto al Sud, e i ritardi infrastrutturali, come per l’alta velocità ferroviaria, compromettono la competitività dell’offerta turistica italiana. Oltre al prezzo, l’altro criterio discriminante che determina la scelta della destinazione per le vacanze è proprio il tempo necessario per raggiungerla, variabile fondamentale anche e soprattutto per i visitatori stranieri, che incidono per il 43% del fatturato dell’intero settore.
In un quadro così sconfortante è facile comprendere le difficoltà delle associazioni di categoria e degli operatori turistici, spesso piccole e piccolissime imprese: in Lombardia, ad esempio, operano 2.400 agenzie di viaggio, il 16,7% del totale italiano, i cui titolari sono donne nel 55% dei casi e stranieri nell’11%.
Nonostante il quadro fosco, l’Italia rimane un “marchio” molto forte dalla fortissima attrazione (sui mercati esteri soprattutto) come destinazione per eccellenza in materia d’arte, cultura ed enogastronomia. Il turismo è una delle poche “materie prime” di cui dispone l’Italia e il suo potenziale di crescita e sviluppo è altissimo, tant’è che Emma Marcegaglia crede nella possibilità di «raddoppiare il contributo che il turismo dà al Pil nazionale nell’arco di un decennio». Confindustria ha infatti presentato un piano in cinque punti per portare il settore turistico dall’attuale 9,5% al 18,5% del Pil nazionale con un aumento del numero di addetti da 2,5 a 4,3 milioni entro il 2020.
Sul fronte politico, invece, le potenzialità e le peculiarità del settore turistico sono state costantemente misconosciute. L’insipienza governativa in materia ha toccato negli anni punte imbarazzanti: come non ricordare la polemica che seguì all’inaugurazione del portale Italia.it costato 45 milioni di euro nel 2007 a firma dell’allora ministro Francesco Rutelli (mitico ormai il suo “biutiful cauntri”)? Un progetto miseramente fallito che il ministro per il turismo Michela Vittoria Brambilla ha deciso di far rinascere nel 2010, spendendoci altri 10 milioni, ma con scarsi risultati. Lo stesso ministro, peraltro, che ha concentrato la sua attenzione sul “golf tourism”, ossia quella nicchia esclusiva di mercato dedicata ai praticanti del golf, con un piano di sviluppo che prevede numerosi campi da golf a diciotto buche e strutture alberghiere di lusso lungo tutta la penisola e per la cui realizzazione il governo sarebbe pronto ad allentare le norme che proteggono le aree protette.
Poi però non meravigliamoci se l’OCSE boccia il sistema turistico italiano.
Emanuela Marchiafava
originariamente pubblicato su iMille.org




