«Incontrando di recente, per gli auguri natalizi, i rappresentanti del Parlamento e del governo, delle istituzioni e dei corpi dello Stato ho espresso la mia preoccupazione per il malessere diffuso tra i giovani e per un distacco ormai allarmante tra la politica, tra le stesse istituzioni democratiche e la società, le forze sociali, in modo particolare le giovani generazioni».
Un messaggio forte, quello del presidente Napolitano per gli auguri di fine anno agli Italiani, alla fine di uno scontro duro tra chi governa il paese e il mondo dei più giovani che appare sfiduciato e impaurito. Uno scontro che si consuma in una società a cui sembra mancare la qualità fondamentale dell’ascolto interessato; un ascolto che permetta anche di cambiare le proprie idee e di rivedere le proprie decisioni. Proprio sulla legge di riforma dell’Università si è manifestata in modo clamoroso questa incapacità di confrontarsi, trasformando l’occasione di una riforma in uno scontro ideologico tra le parti.
Questa riforma non risolverà nessuno dei problemi della nostra scuola, non ridurrà i difetti di autoreferenzialità della nostra Università, non toglierà ruolo ai «baroni» e certamente non impedirà nepotismi; perché è una riforma che poco o nulla introduce delle leggi che regolano le migliori università europee e premiano le più produttive. Una cosa però la realizzerà: impedirà l’accesso per molti anni a tutti i ragazzi che in questi giorni si laureano nelle nostre Università. Infatti, il meccanismo del reclutamento è regolato da un bizantinismo che solo gli addetti ai lavori riescono a interpretare e che prevede per un neolaureato, e nella migliore delle ipotesi, un percorso di almeno undici anni per accedere a una stabile carriera accademica. Pochissimi potranno permettersi di intraprendere una carriera di questo tipo. Si bloccherà il ricambio generazionale, si genereranno forme di dipendenza professore-allievo ancora più gravi di quelle attuali, si toglieranno margini di libertà ai giovani che rischieranno una vita lavorativa molto incerta se sceglieranno di dedicarsi allo studio e alla ricerca. Ci sono tutte le premesse perché diventi ancora più acuto il conflitto tra generazioni troppo garantite e una generazione totalmente dominata dall’incertezza.
Vittorio Bellotti Stefano Ramat Pavia
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