Rientro della protesta e approvazione della riforma erano le condizioni (implicitamente) dettate dal ministro Gelmini al mondo accademico per ottenere le risorse finanziarie.
Si è trattato invece di un bluff, non sostenuto nei fatti dal ministro del Tesoro che non mostra alcuna intenzione di investire nel settore della formazione e della ricerca, dato che a suo dire «di cultura non si vive».
Incredibile miopia che fa dell’Italia il solo paese europeo a non investire in ricerca, strumento primario per la crescita economica e sociale.
Nelle ultime settimane, infatti, sotto la pressione della protesta universitaria, il ministro Gelmini aveva spinto per l’approvazione immediata della riforma alla Camera promettendo agli atenei nuove risorse finanziare: per arginare i tagli imposti da Tremonti (la legge 133) e indire concorsi per 9.000 posti da professore associato in sei anni destinati a chi, tra gli attuali ricercatori a tempo indeterminato (circa 26.000), dimostrasse di meritare la promozione. Una proposta a prima vista sensata, a fronte dei numerosi pensionamenti dei prossimi anni e considerando che la riforma delinea, per i nuovi ricercatori a tempo determinato, un percorso verso il ruolo di professore associato della durata minima di sei anni appunto. Inoltre, si proponeva la riduzione del taglio a 350 milioni di euro anziché i previsti 1.350 milioni. Una boccata di ossigeno per gli atenei italiani allo stato attuale diretti verso il commissariamento per l’impossibilità di chiudere i bilanci e pagare gli stipendi.
Invece non se ne farà niente.
Ora l’esame della legge è bloccato, precedenza al bilancio, e con esso sono bloccati i concorsi universitari e le assunzioni di personale mentre l’università si svuota di entusiasmo, di energie e di capacità.
A differenza della conferenza dei Rettori, studenti e ricercatori non hanno mai creduto al bluff.
Stefano Ramat Pd, Pavia
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